Erano, sono e saranno. Così hai detto l’altra sera parlando delle incantevoli rovine sbocciate a sud delle carovane in transito. Il sole non era ancora tramontato, eppure nella tua voce era già notte, una notte solforosa e intrattabile. Il sogno al quale ti stavi aggrappando era fatto col gesso su un muro scrostato e malfermo. Avresti preferito scoprire di essere un enorme fungo piuttosto che sporcarti di gesso.
Quella sera stava svernando nella città di plastica. Il vento si svagava percorrendo lunghi viali alberati e molti e continui erano i veicoli che lo sfracellavano. Noi stavamo svernando come riflessi di luce. Erano momenti disadorni eppure pienamente consistenti.
Distacco. Ogni istante denunciava che da qualche parte in quella città stava capitando un qualche distacco. E’ da folle, da folle resistere ai distacchi quando avvengono con spontaneità e candore, come le voci che si distaccano dalle stanze o come gli odori che si distaccano dal tegame. Inutile trattenerli. Inutile piegarli. E quegli odori di distacco che si sentivano erano trasportati da un vento incolore e passavano attorno alle nostre teste verso una meta ignota, forse a un mare lontano, a un mare in cui si sarebbero tutti sommersi fino ad annegare nell’oblio liquido dei flutti.
E poi dicono che fa bene fare quattro passi.