Le ore non fanno che nascersi
una dentro l’altra come una matrioska infinita
sicché il tempo è una bambola di legno verniciato
dentro cui la vita è sempre
più piccola.
Le ore non fanno che nascersi
una dentro l’altra come una matrioska infinita
sicché il tempo è una bambola di legno verniciato
dentro cui la vita è sempre
più piccola.
Ascolto l’arrugginire insolente
del tempo in sosta nella pioggia
spelacchiata. Ogni luce si conforma
a una decadenza condivisa, come se qualcuno
seguitasse pervicacemente a postare roba
su un blog ammalorato e vuoto. L’aria
è un commento che non finisce più, è un continuo
inseguirsi di link rotti, di indirizzi
sbagliati, di spam indistruttibili, di allegati
inutili. Attraverso l’indifferente
ronzio di una ventola percepisco
lo sconnesso, stordente chiasso delle voci
che percorrono in disordine tutte le fibre
dell’universo. E io
divento di vento.
Quale sarà il tuo nome d’acqua?
Te lo chiedo perché, sai,
tutti avremo un nome d’acqua
quando correremo con ali inzuppate di sogni
per decollare sopra i barbagli acuti di un sole ricoverato
nelle stanze più profonde del mare.
E vorrei essere sicuro di chiamare per nome
ancora lo stesso sogno
diventato quel giorno il tuo immenso
applauso d’ali.
Se la tua pelle fosse
un racconto, scritto nei suoni
e nei colori che hai incontrato
lungo la straderella che dalla pineta
scende al mare lontano
sarebbe una sola parola, scritta
coll’inchiostro del fulmine e del ghiaccio
sarebbe un sussurlo
sarebbe una parola di lento e di acqua
di amore e di amare
parola trafugata e prona come il gemito che esplode
dal tuo corpo che esige e grida luce.
Ogni eternità appoggia il proprio sguardo
- non senza qualche disappunto -
alle colonne finali di un cielo provvisorio.
E ipoteca i suoi gesti piovosi
per acquistare nubi nuove
nubi di qualcosa che talora è dolore
talora è stupore
talora è niente.
Il mondo è munto
come latte amaro da un’antica giovenca.
Il tuo cuore anima, la notte.
Entra con me nei piccoli abbracci
di un sentiero intriso di foglie e di resine
tutto immagazzinato nel ventre di un cielo viscoso
e ancora da masticare.
Entra con me nella rivoluzione di un cammino allentato
dove i rami sentono gli occhi come fossero volpi
e dove l’essere fiutati da un terreno umidoso
nell’accadere verticale di una profonda
ferita sulla montagna
è il pulsare non occasionale della lunga
ed esperita pressenza della terra.
Si susseguono nuvole obbedienti
sullo schermo impetuoso del pomeriggio
cittadino e intanto lenti sfuocano
i gesti parchi di una neutralità apparente
e bisognosa di lentezza.
Immuti sguardi disdegnano l’assenza
di ore tritate nella monotonia
susseguita su schiene rammendate.
Bello guardare le minuscole
profondità rassegnate dentro il saluto
porto con stupita gaiezza da una ragazza
sconosciuta prima, nuova
nel tabacchi che fa lotto e lotterie.
Miserere mei, ovunque tu sia.
Miserere mei perché mi perderò
cercando di risolvere l’impervio quiz dell’amore
pedissequamente osservato
pedissequamente pietoso
e così ridicolo folle insensato
invece di serio rigoroso sensato
come dovrebbero essere tutte le cose civili.
Invece l’amore è incivile un bel po’.
(omissis)
Un centro commerciale. Ci sono degli specchi.
Da uno specchio vedo un altro specchio
alle mie spalle. Ci passa davanti qualcuno.
Un’ombra lontana, un corpo portato
come una bara di pelle. Miserere.
L’inutile fiorire delle luci
nel parcheggio notturno del carfùr;
l’orrenda verità delle parole
nei pronunciamenti scientemente falsi;
l’inedito ritorno del perdono
sulle panche in legno di una penitenzieria.
E io, somatizzato in un corpo definito,
mi indefinisco sulle rive inconsapevoli
di un fiume che scorre all’inrovescio
e va da un mare impervio e verticale
a una sorgente addormentata in braccio all’infinito.
Ora che ci ripenso: il sole aveva un incipit
sussurrato come un pensiero lontano
e somigliava a una passeggiata percorsa di rimbalzo
sul ciglio +più alto+ della stradaforte
che dal mare saliva oscillando fino alle pinete
resinose e ambrate di tutta la skyline del golfo,
addormentandosi poi come un paralume di domenica
primopomeriggio. Ero io tutto osservante
la distendevole città e il porto così
pacifico e disapparente, eppure
così disagevole nella sua vernice marinera.
E se non fosse Trieste a insaponarmi il cuore
io non saprei cos’altro dire. Scendevo
di nuovo e incontravo che salivano tutte le invenzioni
di una vita indistinta e puntiforme: alberi
angoli cani abiti suoni voci luci bui.
Fino giù al molo, il Molo Audace, così
mitragliato sul ciglio di un’acqua abitata da odori
abbeverati di nulla. E poi la stazione, la stazione
dei treni dura come un cassonetto in cui mi dovevo scaraventare
per essere portato via. Trieste in fondo a me, io
in fondo a Trieste, che già passavo
da Sistiana e dalle sue villette a schiera
così di plastica, e proprio in coda al mare.