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Locus di ricerca e sperimentazione linguistica

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Le città hanno spesso feroci edifici
e disadottano tutto l’orizzonte.

Ci si disadatta a osare speranze.

Mi salva
dalla macellazione lenta della disperanza
il mio soprattutto
essere involucro di anche silenzio.

Più abiti indosso
più eccomi nudo.

Più abiti mi indossano
più sono disabitato.

Egloga #4

Sbrinerò il mio cardigan azzurro
quando deciderò di togliere dal frigidaire l’unico
fuoco che mi sia rimasto intatto. Dopotutto
in questa ruvida stagione appassiscono soltanto
i fiori compromessi. E lentamente, dolorosamente,
le folaghe s’alzeranno una dopo l’altra nelle linde inverne
delle mie mani appoggiate alle spalle dell’amica notte.

Ovunque siano rintanati i fragili vestiti della solitudine
essi m’apparterranno come nudi scogli.

C’è un nome che apposta si nasconde
dentro le siepi ereditate dalla pioggia,
un nome appena detto, che ibrido si accuccia
lungo le spondicelle untuose delle rogge
dove il vorticoso ramarro sguiscia in fretta
e le placide ossifraghe si attendono a vicenda.
È un nome pronunciato a bocca lenta
per tutti i figli di tutti gli universi.
Silenzio è questo nome, l’unico
davvero pronunciabile in presenza
di qualunque voce, di qualunque assenza.

Egloga #3

Ci sarebbero diverse questioni in sospeso da prendere in considerazione
quando il cespuglio di more, tutte le santemattine, si riempie di bombi
felici come bimbi lasciati a svernare dentro un negozio di giochi.
Le diverse questioni riguardano i movimenti degli esseri umani intorno
al cespuglio. Visto da dentro il cespuglio, il nostro
è un mondo agitato e crudele costruito al contrario:
le cose più belle sono zippate e nascoste, quelle peggiori arrivano anche via mail.
E’ un mondo tutto blobbabile, nato per partenogenesi disattenta
in file ordinate e perfette. Nulla sarà mai abbastanza abbaiato
e tutto sarà sempre troppo infinito per essere amabile. Perché in fondo
l’amore si nutre di piccole more rubine, un pochino ogni giorno,
come ben sanno i bombi che riempiono il grande cespuglio
vicino al mondo disumanamente clonato degli esseri umani.

Aufhebung

E una dopo l’altra tutte queste stelle
così parlanti sul soffitto della notte
finiranno col cadere dissolte
nella trappola luminosa dell’alba
e io e noi resteremo come integrati
sul montare del giorno, gelosi della verità
e per questo di essa disarticolati e ciechi custodi.
Appariranno sagome di vento
ma noi non le vedremo. Usciremo
dai nostri sgabuzzini ipogeni
per disabitare ancora i lembi della terra.

In esse

Siamo suoni, siamo solo suoni
sognati sul sonno, siamo
semplicemente suoni sofferti su sassi,
su sabbia sintetica. Siamo suoni sinceri
su strani significhi. Siamo soltanto
suoni scartati sul senso staccato.
Saremo stolti? Saremo sbertucciati?
Solo saremo soli. Sempre.

Opponibilità

Tutta la vita coi miei pollici opponibili
così bene avvitati alle mie mani opponibili
e queste a loro volta attaccate
a braccia opponibili, che si oppongono
a un universo opponibile a qualcos’altro, forse a me stesso.

(I segreti incombono nelle voci
assenti che escono dalla mia radio.)

Ma l’opponibilità non è questione scandalosa, non è male.
È avvicinarsi a un filo d’erba e sceglierlo tra miliardi
e alzarlo per dargli dignità
e stringerlo tra le mani e farlo vibrare soffiando
e così diventarlo musica, e amare la sua vita.

Questa è opponibilità.

Egloga #2

Le notti di maggio sono ancora fresche
e vivono di una loro speciale adolescenza
come pimpinelle libere o aquilotti selvatici pieni di cielo,
folti di quel vento che gonfia tutte le piume
mentre volano sopra boschi che dall’alto appaiono chiazze
abitate da odori capaci di muschio.

Le notti di maggio insistono nel presentarsi in abiti da sera
scollati come calanchi profondi, come valloni infiniti
e parlano di stelle aggrappate a un cielo
buono e soave, a una primavera ancorata alle rade tranquille
di certe città di mare inuccise di navi.

Le notti di maggio sanno di profezia
annunciata nei soprannomi infiniti del cielo,
sanno di assenza e di presenza; e tutto
tutto sembra convergere verso la foce lontana
di un fiume impetuoso che passa nel buio
e si contorce sputando fiotti di silenzio.

Chuchotage

Vieni mare. Docilmente.
Ad aggredirmi a tempo i piedi che s’inzuppano
dentro la polpa fradicia della battigia.
Lentamente.
A coccolare le mie impronte adultescenti, mie
memorie di cristallo inginocchiato.

Che nave accosta all’orizzonte, che nave
attracca sulla linea di confine in capo al cielo?
Ed è una nave, quella, o è solo il simulacro
della mia anima gettata in pasto ai lembi aperti della luce?
Il silenzio di ciò che mi è lontano è tutta tomba
sopra la quale io mi sporgo con acribia
dopo un vorace giro di mestesso.

Eccolo qui: il mestesso passeggiante
accanto ai fragili sussulti di questo mare implume
comparso chissàcome
tra gli universi ticketless del mondo.

Egloga #1

A un certo momento ho avuto anche parole zitte
per una semplice farfalla bianca che si adagiava sopra la lavanda a mezzogiorno
e per le braccia del suo sole che non sapevano più dove allungarsi
per accogliere con dignità il respiro del cipresso
atteso all’argine più antico del ruscello. Era un’estate
dismessa e lontana. Nulla mi apparve più come una volta
da sopra il mio guardare intorno. Uno schiocco
come un petardo in lontanza soffocò il mio cuore
ed un plotone di passerotti o di fringuelli – chilosa? -
nascosto tra il fogliame e la città lontana
partì sparato verso un cielo morto.
Tutto mi apparve e disapparve nello stesso tempo
tranne lo zirlare dell’acqua nel ruscello
che nel silenzio generale continuò, come se niente fosse,
a ricamare favole per la semplice
farfalla bianca sopra la lavanda.