L’estate sta svernando sul mio cammino precisabondo, mentre mi affaccio consueto alle pastoie del giorno che trilla per ogni suo dove. Tutta l’aria è diventata una montagna d’acqua che mi si rovescia addosso senza un gemito, nel più solitario affollarsi dei silenzi. Buio e luce si alternano in un’accondiscendente risoluzione e io percorro implacabile una strada sulla quale le finestre delle case sono bocche di un coro di monaci pronti alla preghiera del vespero.

Il carro del sole percorre da miliardi di anni lo stesso tragitto, più o meno. A dire il vero è lui stesso a segnare col suo tragitto gli anni che passano, perciò si può dire puranco che miliardi di tragitti del carro del sole hanno disegnato unodopolaltro tutti questi santissimi anni. Ora, mi chiedo, quel carro non è mai stato in manutenzione, non ha mai avuto necessità di un tagliando?

Forse sì. Me ne accorgo perché spesso, e spesso anche tanto, devo chiedere che mi diano un carro del sole di cortesia da usare per attraversare le dure arcate celesti. Spampanarmi dentro una delirante discesa pianofortile di Gershwin, dileguarmi in un dipinto tragicamente eterosensuale di Corcos, sprofondare in una poesia spinosamente affrescata di Aridjis sono tutti carri del sole di cortesia.