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Locus di ricerca e sperimentazione linguistica

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Re Set

Sono il vestirsi della sera
ultima di maggio
dove il cielo si iscrive con zampe di ragno
e qualche prima cicala prova a morire nel prato.
Ascolto in quasi silenzio
le parole di un istante che viene di lungo
come il fischio di una locomotiva lontana
e un senso di sogno si accende
molteplice
sulle mie spalle esterrefatte.

I segreti sono mantelli rossi
gettati sul pavimento di una stanza vuota
probabilmente. Ti avvicini, tendi
la mano a un mantello per sollevarlo
e d’improvviso senti morire il disperato rantolo
di una clavicembala scordata, inghiottita nella cantina
più inginocchiata della casa.

La matrioska

Le ore non fanno che nascersi
una dentro l’altra come una matrioska infinita
sicché il tempo è una bambola di legno verniciato
dentro cui la vita è sempre
più piccola.

Ascolto l’arrugginire insolente
del tempo in sosta nella pioggia
spelacchiata. Ogni luce si conforma
a una decadenza condivisa, come se qualcuno
seguitasse pervicacemente a postare roba
su un blog ammalorato e vuoto. L’aria
è un commento che non finisce più, è un continuo
inseguirsi di link rotti, di indirizzi
sbagliati, di spam indistruttibili, di allegati
inutili. Attraverso l’indifferente
ronzio di una ventola percepisco
lo sconnesso, stordente chiasso delle voci
che percorrono in disordine tutte le fibre
dell’universo. E io
divento di vento.

Quale sarà il tuo nome d’acqua?
Te lo chiedo perché, sai,
tutti avremo un nome d’acqua
quando correremo con ali inzuppate di sogni
per decollare sopra i barbagli acuti di un sole ricoverato
nelle stanze più profonde del mare.
E vorrei essere sicuro di chiamare per nome
ancora lo stesso sogno
diventato quel giorno il tuo immenso
applauso d’ali.

Se la tua pelle fosse
un racconto, scritto nei suoni
e nei colori che hai incontrato
lungo la straderella che dalla pineta
scende al mare lontano
sarebbe una sola parola, scritta
coll’inchiostro del fulmine e del ghiaccio
sarebbe un sussurlo
sarebbe una parola di lento e di acqua
di amore e di amare
parola trafugata e prona come il gemito che esplode
dal tuo corpo che esige e grida luce.

Ogni eternità appoggia il proprio sguardo
- non senza qualche disappunto -
alle colonne finali di un cielo provvisorio.

E ipoteca i suoi gesti piovosi
per acquistare nubi nuove
nubi di qualcosa che talora è dolore
talora è stupore
talora è niente.

Il mondo è munto
come latte amaro da un’antica giovenca.

Il tuo cuore anima, la notte.

Entra

Entra con me nei piccoli abbracci
di un sentiero intriso di foglie e di resine
tutto immagazzinato nel ventre di un cielo viscoso
e ancora da masticare.
Entra con me nella rivoluzione di un cammino allentato
dove i rami sentono gli occhi come fossero volpi
e dove l’essere fiutati da un terreno umidoso
nell’accadere verticale di una profonda
ferita sulla montagna
è il pulsare non occasionale della lunga
ed esperita pressenza della terra.

Si susseguono nuvole obbedienti
sullo schermo impetuoso del pomeriggio
cittadino e intanto lenti sfuocano
i gesti parchi di una neutralità apparente
e bisognosa di lentezza.
Immuti sguardi disdegnano l’assenza
di ore tritate nella monotonia
susseguita su schiene rammendate.
Bello guardare le minuscole
profondità rassegnate dentro il saluto
porto con stupita gaiezza da una ragazza
sconosciuta prima, nuova
nel tabacchi che fa lotto e lotterie.

Miserere

Miserere mei, ovunque tu sia.
Miserere mei perché mi perderò
cercando di risolvere l’impervio quiz dell’amore
pedissequamente osservato
pedissequamente pietoso
e così ridicolo folle insensato
invece di serio rigoroso sensato
come dovrebbero essere tutte le cose civili.

Invece l’amore è incivile un bel po’.

(omissis)

Un centro commerciale. Ci sono degli specchi.
Da uno specchio vedo un altro specchio
alle mie spalle. Ci passa davanti qualcuno.
Un’ombra lontana, un corpo portato
come una bara di pelle. Miserere.