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Locus di ricerca e sperimentazione linguistica

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I giorni ieri

Oggi è giorno ieri. Tutte le seggiole vuote
hanno la voce graffiata di chi attende.
Tutte le campane si agitano mute
e non sanno più suonare. Aprono le bocche
all’aria come attendessero di essere nutrite.
Tutti i davanzali sono chiusi fuori. Attendono
la sosta di un piccione o l’aprirsi di un vetro
con dentro una ragazza che si affaccia per fumare.
Tutti quei gesti che si vedono per strada
di gente che si parla e non si sente, son tutti gesti
dell’attesa, fatti apposta per aspettare meglio.
Si comincia con l’attendere. Si finisce che si è atteso.
Si aspetta tutto quello che è passato
e tutti i giorni sono giorni ieri.

Popeline

Mi arriveranno a trovare i confini ricominciati del labaro turchino
quando mi iscriverò per l’ennesima volta al corso di accondiscendenza
nella speranza di addurre scuse sempre più vaste per non frequentarlo
e restarne impicciato solo quando non serve, ossia sempre, e restarne
abbastanza intrappolato da servirne su un piatto d’argento gli inutili
corredi di nozze. Di quando in quando mi avvedo di granitiche stoffe
colorate sparse qui tutt’intorno, come fossi dentro un negozio di foderami
con gli scaffali abbonati all’odore di tessuto e legno di plastica
e mia mamma che ci andava a comprare due metri di popeline nelle bianche
mattine di estate senza la scuola. Ogni cosa, allora come ora, avrebbe
da raccontare l’intero universo come fosse un’affiche appena poco più grande
dei tabelloni della reclame sui fianchi della strada statale che da Binasco
conduce a Pavia. Guardo i tabelloni, ci sono le vite là sopra. Sembrano
imprigionate sulla superficie piatta, tendono braccia di carta come
a implorare di uscirne. Sorridono mentre lo fanno, hanno bisogno
di un pubblico. La nebbia gli arriva presto, nei pomeriggi d’inverno,
e i loro sorrisi incanutiscono su ginocchia invisibili. Poi arriva
anche il buio e tutto sembra buono e cattivo al tempo stesso, incluse
le mie mani destre e le mie mani sinistre che mi appoggiano la testa
destra e la testa sinistra sull’umido concerto di molecole che
fino a quando mi pogano dentro allora io sono vivo.

Disincontri

Chi era a tirare i fili quella sera
rotta di luce febbricitante e innamorata
con tanta persino neve nelle aiuole
imbranate come pievi nella nebbia
in mezzo nude al praticciolo povero
del condominio scritto tra le rughe
inenarrabili della città scartata, chi era?

E chi si compiaceva di essere capace
di accondiscendere senza rumore alle richieste
di un amore poco e stanco
con le braccia tutte ben conserte
in piazza ad aspettare il tocco delle ombre
sul mezzogiorno chiuso come una conserva
di pomodori rossi, chi si compiaceva?

E chi restava ultimo a guardare fisso
l’andare giù del sole dopo le consegne storte
del giorno che sventrava le domande
dopo averle pelate come mele o come
patate da mettere a lessare in un tegame
farcito di brodame spilungato e pazzo
sul fuoco delle derisposte, chi restava?

Tutti chiesero a nessuno.
Nessuno chiese a tutti.
Nulla fu tutto. Tutto fu nulla.

Di rincorsa

Ora i guardiani
dal posto di vedetta
sono fuggiti.

Mare rimane solo
e beve tutto il vento.

Ho i tuoni e la pioggia in tasca
e ho i boschi profondi nei capelli
e scie di aliscafi in questa bocca
pronta a baciarti sotto stelle insorte
come guerrieri sepolti nei respiri
turgidi della mia anima.

Per te sciolgo pastiglie di fuoco.

Per te depongo uova di cedro
nei cortili spietati dove più non dorme
il selvatico ieri.

D’antan

Il tempo è queste parole
che sfiorandosi diventano una e
una sola
un’essere vestita di nuda eternità
pronta a disverarsi nel camminare uniforme
e bastonato di un adesso in partenza
e in arrivo.

L’Intorno mi disse: questo è questo
non altro. Ama e ama.
L’indifferenza è un trojan appiccicoso
un virus, un morbo dettagliato
capace di affumicare anche il carbone
e di piallare il granito.
L’indifferenza è una goccia d’arsenico
o d’acido cloridrico
tante gocce è veleno
molte gocce ustionano
e devastano anche le foreste
fino a farle brulle come parcheggi abbandonati.
Si vaga alla ricerca di un dove
di un percorso verso un ponente meno duro
meno polveroso su cui tentare
un abbraccio che non sia di vuoto.

Da qui si vede il mare. È una montagna
affogata sotto l’inganno della luce che si precipita
a morire. Da qui si vede il mare. È un grande display
verde corallo estinto dove si illuminano le bianche scie
lasciate dalle mani che ne carezzano la pelle e ne indicano i confini.
Anche, si vedono tutte le ditate che vi ho lasciato io negli anni
in cui lo stropicciavo senza notte e senza giorno. Il mare
è una cisterna di silenzio vuoto, e lo so bene io
che ne sentivo il doloroso parlare, il tenebroso ferire
della sua infiammata rabbia. Da qui
si vede il mare. Da questo abisso
privo di senso in cui mi condanno a rugginire
vedo il mare. E il mare vede me. E mi divora.