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Stimmung

Ma allora, più che i muti comizi avranno ragione di me le vicende che allagano i soffitti ipogei dei giorni notturni. Poco per volta i tempi si svolgono come i temi di scuola, o come le antiche proiezioni d’essai dove la matura cassiera si rifa le unghie nel foyer andato ancora una volta deserto. E dove le doppie tende in rosso velluto delle porte d’accesso alla sala lasciano appena filtrare i portenti di una colonna sonora di nessuno in ascolto. Dove forse non esiste neppure il proiezionista.

Nonostante le dilazioni, il maggiociondolo incombe sereno sul mio fiero timore di accostarmi all’arte villana di apprendere.

Stare fermi a osservare il cielo che cammina insistente sopra le orecchie come fosse un girabacchino automatico ha un effetto placebo. Ci si intende.

Epperò bisogna anche chiedersi come riconoscere e soccorrere gli umanimali abbandonati.

Queer

Ho avuto accesso alle quiete sollecitudini di una proliferabile insistenza. Era città, una mattina come di sole appoggiato ai muri di un respiro insolente e io camminavo in assetto rastremato verso un pudibondo destino. Avevano un bel dire i silenziosi passanti: non era pensabile attenersi alle falcidie del senso di inestricabilità che saliva dai marciapiedi gettati per terra, né era approssimativamente sostenibile ostruire ogni varco di assente speranza.

Camminavo. Fiumi di cielo attraversavano i fianchi doloranti degli edifici. Una betoniera diluiva lacrime e cemento. I vuoti tavolini all’aperto di un bar sembravano una partita a scacchi abbandonata.

Camminavo e pensavo a come la sera avrebbe successivamente disaggregato ogni cosa: quella sera sarebbe stata una perfetta predicatrice, se solo si fosse presentata un po’ prima.

Possibilmente

C’è come un sentore di anelli di fumo a nord di tutte le intensità inabitate.

Dove vadano tutti costoro non so. Vi sono lunghissime file di taxi davanti alla stazione: bianche distese di auto/vetture in attesa, nemmeno fossero a fare un certificato in comune. E c’è una lunghissima fila di bipedi in marcia verso il centro città. Mi ferma un signore atricotico e mi chiede da accendere. Non ho un accendino e il signore s’infuria contro il destino, che in quel momento per fortuna passava.

Siamo un po’ tutti adulterati, a bene pensarci. Attraverso le narici mi passano gli afasici suoni di un agglomerato fuori fantasia e il tramonto diventa un ossimoro stagionato. La città si dilegua attraverso i tombini, come acqua piovana. E io stesso piovo dentro qualche tombino. Forse più tardi mi ripresenterò.

Bubbole al re

Bubbole! disse il mio amico al cospetto di una specie di re tutto coperto di zaffiri e scettre. Era una sera appassita di pioggia e carillon e stavamo correndo verso una specie di città incapsulata nelle nostre gengive. Qualcuno ci stava aspettando. Il monarca ci fermò e ci chiese la strada per il capo di buona speranza.

Bubbole! disse il mio amico. E scappammo verso la notte che infieriva dentro le gocce sfuggenti di quella pioggia a quadretti.