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Locus di ricerca e sperimentazione linguistica

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Nistagmi

L’uomo, quell’uomo, venne trasportato di soprassalto in mezzo a un enorme campo di girasoli metallici.
C’era una luce di gomma in cui tutto si dissociava e si disturbava.
Il cielo era un graffio spaventato: l’atmosfera sembrava irrancidire con devastante rapidità e rassomigliava al doloroso e debole scroscio di una fontana ostruita.
Non era possibile dire dove fosse quel campo. Di certo era stato collocato in quel punto da una mano inaccessibile perché si estendeva su un piano verticale. I girasoli di metallo crescevano come su una parete e l’uomo, quell’uomo, si rese conto di essere anche lui sulla parete.
Quei girasoli crescevano a velocità impressionante e occupavano uno spazio sempre più vasto, sempre più prigioniero. Ben presto ogni cosa sarebbe stata preda di quei girasoli e l’uomo, quell’uomo, avvertì la vischiosa sensazione di essere solo.
Tutto divenne incancellabile.
E non era un sogno.

Vacuum

Erano, sono e saranno. Così hai detto l’altra sera parlando delle incantevoli rovine sbocciate a sud delle carovane in transito. Il sole non era ancora tramontato, eppure nella tua voce era già notte, una notte solforosa e intrattabile. Il sogno al quale ti stavi aggrappando era fatto col gesso su un muro scrostato e malfermo. Avresti preferito scoprire di essere un enorme fungo piuttosto che sporcarti di gesso.

Quella sera stava svernando nella città di plastica. Il vento si svagava percorrendo lunghi viali alberati e molti e continui erano i veicoli che lo sfracellavano. Noi stavamo svernando come riflessi di luce. Erano momenti disadorni eppure pienamente consistenti.

Distacco. Ogni istante denunciava che da qualche parte in quella città stava capitando un qualche distacco. E’ da folle, da folle resistere ai distacchi quando avvengono con spontaneità e candore, come le voci che si distaccano dalle stanze o come gli odori che si distaccano dal tegame. Inutile trattenerli. Inutile piegarli. E quegli odori di distacco che si sentivano erano trasportati da un vento incolore e passavano attorno alle nostre teste verso una meta ignota, forse a un mare lontano, a un mare in cui si sarebbero tutti sommersi fino ad annegare nell’oblio liquido dei flutti.

E poi dicono che fa bene fare quattro passi.

Code a tratti

Sono tredici i gelsi che sto contando nel campo piantato dietro la zona industriale, tredici gelsi quasi gemelli, impennati e compresi come un gruppo di anziani coscritti alla foto del pranzo per il ritrovo annuale. Il pomeriggio se ne sta andando sbattendo la porta, forse irritato dalla malacreanza di un vento che va sparecchiando in fretta la tavola del giorno. Eppure tutti i secondi che passano si fermano ad ammirare la feroce mitezza di questo momento indiscinto.

Un moracchiolo manda il suo verso monotono eppure sincero. Mi incanta l’ordine perfettamente casuale con cui le foglie si dispongono sui rami che scodinzolano al sole e credo si stia avvicinando qualche autunno poco propenso a fermarsi.

Ovvierò all’imprevedibile ripetitività delle ore costruendomi un costume capace di tacere aggressivamente.

Orripilo alla vista di una domanda benigna che come aurora possente si erge davanti alla mia incapacità di esistere senza ventagli e flabelli. Con tutta probabilità ho soltanto bisogno di una più incauta messa a punto degli apparati pensanti i quali, peraltro, da tempo oramai immemore mi respirano addosso con tenace infedeltà.

Mi assottiglio davanti alla precisa efficacia di una montagna che emerge dalle acque nebbiose di un’armonia incostante. Gli alberi artigliano il suono con radici d’acciaio eppure non conosco danze più armoniose di quelle indossate dagli alberi accompagnati dal vento.

Odore di fragilità sulla mia lingua. Apprendo in questo momento che un nuovo pensiero ha attraversato in modo peristaltico le mie inquiete camere cerebrali.

Nom de plume

Ho un corpo che secerne anima da tutte le parti. Non uno solo dei miei pori è illeso e credo di essere simile a un palazzo che ha porte e finestre spalancate. Un vento burlesque mi fa continuamente irruzione come un pogrom impazzito e io ne resto attraversato, visitato.

Ogni fiocco d’ossigeno che respiro è impregnato di voci colori niente tutto tempo forse sotto sopra dentro fuori. Ne annuso le gravide fragranze e ne restituisco ciodue con diverse irrespirabili impregnanze. Ci penseranno poi le vegetabilità mondane a rirenderlo respirabile. Impregnato anche di me, ma respirabile.

Sono come una medusa plasmata dal mare. Il sole mi evapora, le pianure mi smagnetizzano, le quintessenze mi estrapolano. Mi dolgo di non essere atteso in qualche gesto elegantemente stanato.

L’estate sta svernando sul mio cammino precisabondo, mentre mi affaccio consueto alle pastoie del giorno che trilla per ogni suo dove. Tutta l’aria è diventata una montagna d’acqua che mi si rovescia addosso senza un gemito, nel più solitario affollarsi dei silenzi. Buio e luce si alternano in un’accondiscendente risoluzione e io percorro implacabile una strada sulla quale le finestre delle case sono bocche di un coro di monaci pronti alla preghiera del vespero.

Il carro del sole percorre da miliardi di anni lo stesso tragitto, più o meno. A dire il vero è lui stesso a segnare col suo tragitto gli anni che passano, perciò si può dire puranco che miliardi di tragitti del carro del sole hanno disegnato unodopolaltro tutti questi santissimi anni. Ora, mi chiedo, quel carro non è mai stato in manutenzione, non ha mai avuto necessità di un tagliando?

Forse sì. Me ne accorgo perché spesso, e spesso anche tanto, devo chiedere che mi diano un carro del sole di cortesia da usare per attraversare le dure arcate celesti. Spampanarmi dentro una delirante discesa pianofortile di Gershwin, dileguarmi in un dipinto tragicamente eterosensuale di Corcos, sprofondare in una poesia spinosamente affrescata di Aridjis sono tutti carri del sole di cortesia.

Eravamo, sì, piuttosto fieri del controcanto che si stagliava in controluce lungo la linea claustrofobica del tramonto. Ogni luce, frangendosi nelle alte finitudini della skyline della città, si esigeva fedele a un mandato di movimento lineare e agognava di risalire in superficie pur di vagabondare ancora un po’.

Fragile sia la dislocazione di tutte le vicende. Di sicuro, quel nostro camminare inquieto lungo le sponde degli umani sciami che incontravamo era un sonnifugo possente. In fondo ogni calar.delle.tenebre incinge in sé la tragica.magica idolatria delle piogge monsoniche. Urgono colori.

E’ in questi frangenti che ci si avvede dell’universalità di un gesto. Di come lo spostarsi di uno sguardo scelto a caso tra milioni significhi inquadrare l’universo da una prospettiva differente, capace di spalancare intuizioni spavalde.

Poter condividere almeno uno sguardo ogni giorno sarebbe conquistare l’universo.

I viaggiatori sono sempre da qualche parte. Per definizione.

Da qualche parte è sempre da qualche altra parte e invece questa volta voglio che da qualche parte sia qui, che sia proprio dove sono io. Anzi: che io stesso sia qualche parte.

Così non solo vedrei passare i viaggiatori, cosa che sanno fare tutti, ma ascolterei anche cosa stanno pensando e cosa stanno dicendo, perché la cosa che sanno fare meglio tutte le qualche parti del mondo è proprio ascoltare i viaggiatori.

I viaggiatori hanno sempre pensieri interessanti e li confidano a tutte le qualche parti dove passano.

Sono pensieri spesso inerpicati susu per valloni imprendibili. Bisogna essere allenati per solcare quelle pareti. Seguire i pensieri dei viaggiatori è come fare l’alpinista, bisogna stare sempre vigili e soprattutto non mollare mai la cordata. E’ un attimo perdere la presa e precipitare nel burrone lasciando i pensieri penzoloni lungo la roccia.

Perdere i pensieri dei viaggiatori non è degno dello status di qualche parte.

Essere da qualche parte è facilissimo. Essere qualche parte è terribilmente difficile.

Molecole

Ritardo. Ritarderò. Oppure non ascolterò le insidiose nenie delle melliflue, giovani genitrici che tentano di rabbonire giovani pargoli arrampicati in loro lunghi pianticelli capricciosi.

Ecco come è fatta la passeggiata del lungolago.

Basta incominciarsi su una panchina e osservare. Passano molecole. Molecoline, molecolette, molecolone. Pare una rallentata elettrolisi, molecole che si molecolano l’una l’altra o non si molecolano affatto. Le reazioni infrachimiche sono delle più prevedibili, ma non sempre. Il bello dell’osservazione è proprio il ricercamento di nuove combinazioni reattive molecolari. O anareattive. O metareattive. Così non ci s’annoia mai.

Quello delle molecole a passeggio è uno degli spettacoli più antichi e più frequentati da sempre. Il trucco è non molecolarsi, altrimenti si fa ritardo. Non è facile, ma è utile.

Pervietà

Dalla sponda del lago si vedono in lontananza gli aliscafi tagliare come coltelli un’acqua di cenere. Il cielo non ha ancora digerito le grasse nubi di una pioggia debolmente pervicace,, inutili,, nubi conficcate a gambe peraria sopra un’aria gravemente assuefatta.

Scoscendono ripide le coste buzzurre dei monti, dalla cima del tempo fingiùgiù dentro le tristi ferite di una terra scompaginata,, squadernata. Lenta, persino.

Sono proprio lì addosso. Sento,, odo,, l’aprirsi e il riaprirsi di quelle ferite ortogonali e penso che arrendersi sia quanto di più ingiusto fattibile. Come sia ben possibile lasciarsi percorrere da denti avvelenati senza emettere un gemito non so. Eppure si va verso sera senza che alcuno protesti, senza che alcuno monti legittimo sopra almeno un piccolo podio e pronunzi un biglietto,, un’orazione,, una prolusione a favore dell’arte perfetta.

Probavilmente è giusto così. Probavilmente occorre fare così.