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Locus di ricerca e sperimentazione linguistica

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E’ uno squarcio e ha il colore del cielo
la voce finita di chi resta ad attendere
un altro passaggio di aerei, di chi rimane
a osservare il bailamme silenzioso
che si agita nel lontano colare del vuoto.
L’universo è un luogo adeguato
a passarci la vita, lo dicevano
anche le supernovae che adeguavano il loro
ansimare lucente al ritmo del buio. E insegnavano
all’uomo, all’omino con il naso all’insù
i colori di tutta una stella, e le voci
di un altro fraseggio, di un altro cercare
ciò che non si lascia trovare.

Passim

Avanzeranno
minuscole domande
nelle mie mani.

E forse saliranno
da sole fino al cielo.

Camminare lentamente fino a conoscere
il punto esatto in cui il gemito del dolore
confina con la voglia di correre
e di fuggire oltre le nevi felici, le montagne nascoste
e le luci ferite dentro gli occhi.
Camminare ancora. Fino
a non fermarsi mai.

Ogni vicenda non ha un inizio esatto
né una fine vera. Ogni vicenda
è solo un tratto di sfuggita
nel corso inquieto e serio di un fiume
costretto a bersi tra gli argini
più o meno austeri di una regione antica
dove tutta l’acqua è sempre uguale e sembra
già passata mille volte, dove il soffiare
della luce, o del buio, è solo il segno
indifferente di un’altra differenza. Perciò
ogni vicenda è stata già descritta
in qualche acquoso sussultare e districarsi
tra pietre tumefatte. Perciò ogni vicenda
galleggia e affonda e sale in una lunghissima corrente
come una foglia nuda d’incoscienza.

I giorni disordinari sono quelli
dove il tempo incide lentamente la sua
voce di albicocca e alprazolam su una parete
costruita intorno al dolore di non conoscere
altro se non ciò che è già esistito
e nulla di poter creare dal nulla. Tutta
la materia e tutta la non materia
erano già da mo’. E noi siamo soltanto condannati
a scalfire un po’ per giorno il ghiaccio scuro
di quest’universo radunato tutto
sotto i nostri piedi inconsapevoli e difficili.

Uscirò all’aperto durante la prossima tempesta
e camminerò, tenendomi come posso,
fino al punto più nudo della nave
e lì deciderò di respirare fino al midollo
tutta la furia sfracellatrice del mare.
Mi lascerò divorare dall’urlo nitido
dei colpi di mortaio del cielo.
Mi farò uno con il vento freddo
e sarò lo scudo di me stesso al fragore
di mille tuoni. Aspetterò.
Aspetterò e guarderò negli occhi
il mare andato via.
Ma il mare tornerà da me, buono
come un bastardino abbandonato.
E io, che ne ho affrontato l’incubo
e ne ho vegliato il sonno delirante,
io ne sarò padrone.

I giorni ieri

Oggi è giorno ieri. Tutte le seggiole vuote
hanno la voce graffiata di chi attende.
Tutte le campane si agitano mute
e non sanno più suonare. Aprono le bocche
all’aria come attendessero di essere nutrite.
Tutti i davanzali sono chiusi fuori. Attendono
la sosta di un piccione o l’aprirsi di un vetro
con dentro una ragazza che si affaccia per fumare.
Tutti quei gesti che si vedono per strada
di gente che si parla e non si sente, son tutti gesti
dell’attesa, fatti apposta per aspettare meglio.
Si comincia con l’attendere. Si finisce che si è atteso.
Si aspetta tutto quello che è passato
e tutti i giorni sono giorni ieri.

Popeline

Mi arriveranno a trovare i confini ricominciati del labaro turchino
quando mi iscriverò per l’ennesima volta al corso di accondiscendenza
nella speranza di addurre scuse sempre più vaste per non frequentarlo
e restarne impicciato solo quando non serve, ossia sempre, e restarne
abbastanza intrappolato da servirne su un piatto d’argento gli inutili
corredi di nozze. Di quando in quando mi avvedo di granitiche stoffe
colorate sparse qui tutt’intorno, come fossi dentro un negozio di foderami
con gli scaffali abbonati all’odore di tessuto e legno di plastica
e mia mamma che ci andava a comprare due metri di popeline nelle bianche
mattine di estate senza la scuola. Ogni cosa, allora come ora, avrebbe
da raccontare l’intero universo come fosse un’affiche appena poco più grande
dei tabelloni della reclame sui fianchi della strada statale che da Binasco
conduce a Pavia. Guardo i tabelloni, ci sono le vite là sopra. Sembrano
imprigionate sulla superficie piatta, tendono braccia di carta come
a implorare di uscirne. Sorridono mentre lo fanno, hanno bisogno
di un pubblico. La nebbia gli arriva presto, nei pomeriggi d’inverno,
e i loro sorrisi incanutiscono su ginocchia invisibili. Poi arriva
anche il buio e tutto sembra buono e cattivo al tempo stesso, incluse
le mie mani destre e le mie mani sinistre che mi appoggiano la testa
destra e la testa sinistra sull’umido concerto di molecole che
fino a quando mi pogano dentro allora io sono vivo.

Disincontri

Chi era a tirare i fili quella sera
rotta di luce febbricitante e innamorata
con tanta persino neve nelle aiuole
imbranate come pievi nella nebbia
in mezzo nude al praticciolo povero
del condominio scritto tra le rughe
inenarrabili della città scartata, chi era?

E chi si compiaceva di essere capace
di accondiscendere senza rumore alle richieste
di un amore poco e stanco
con le braccia tutte ben conserte
in piazza ad aspettare il tocco delle ombre
sul mezzogiorno chiuso come una conserva
di pomodori rossi, chi si compiaceva?

E chi restava ultimo a guardare fisso
l’andare giù del sole dopo le consegne storte
del giorno che sventrava le domande
dopo averle pelate come mele o come
patate da mettere a lessare in un tegame
farcito di brodame spilungato e pazzo
sul fuoco delle derisposte, chi restava?

Tutti chiesero a nessuno.
Nessuno chiese a tutti.
Nulla fu tutto. Tutto fu nulla.

Di rincorsa

Ora i guardiani
dal posto di vedetta
sono fuggiti.

Mare rimane solo
e beve tutto il vento.